Fino al 1950, Ronchamp era un luogo come altri. Ora, il profilo che si innalza sulla sommità della collina, sorprende.

La Cappella di Notre-Dame du Haut, realizzata dall’architetto svizzero Le Corbusier negli anni ‘50, è il prototipo della chiesa moderna: uno dei pochi spazi sacri che vive la libertà da ogni schema precostituito con le sue forti suggestioni. Silenzio colorato, mi verrebbe da dire.

Non c’è più nessuno, entro e immagino di sedermi sulla “greppina”, la chaise longue sulla quale sedevano i filosofi greci e che Le Corbusier ha ridisegnato alla fine degli anni ’20, così esile, elegante eppure forte e intima. La parete lunga mi appare come una quinta scenografica. Non vi è più certezza. L’architetto ha rappresentato il Mistero.

La luce è fioca, come nelle cattedrali medievali illuminate da torce appese ai muri spogli, e le fessure cambiano la luce esterna che trasfigura lo spazio interno dove cambiano i riflessi, le intensità, i colori, le rifrazioni. Questa parete ora non è più una parete ma un velo che traspare, che palpita, che rende tutto luce. Fori grandi e piccoli scavati con profondità nella materia. Tagli piccoli, verticali, strettezze e allargamenti, cioè ritmo. Viene quasi voglia di toccare le superfici inumidite dall’emozione dei colori, vorrei avere il Moduloir e scalarlo fino a entrare nelle aperture strombate e sedermi là ad ascoltare il silenzio in una sorta di cromoterapia spirituale.

Mi viene da pensare ai tagli di Libeskind nel Museo Ebraico di Berlino, simboli di ferite di un popolo martoriato cui la luce riconsegna dignità, speranza. O ai tagli delle raffinate architetture della scuola ticinese del ‘900, di Galfetti, Snozzi, Vacchini, Botta. Tagli che selezionano porzioni di paesaggi illuminati, come quadri da gustare. Come le vedute pensate da Dalì nella sua casa di Port Lligat, che aprono non al mare ma a una fetta di mare – sicuramente quella più affascinante.

La pianta è a unica navata, con forma completamente irregolare. E’ a forma di timpano dell’orecchio per l’ascolto della parola di Dio. E’ qui la perdizione, lo smarrimento. Lo spazio irregolare coinvolge nella ricerca continua, ansiosa di una risposta che non sia, come al solito, legata al bisogno di controllo, di dominio e di possesso.

E’ attrazione, non consuetudine, è ricerca non stanchezza dell’abituale. È mistero, non certezza. Una parete curvata si fa accarezzare, si fa avvicinare, non respinge. Un lato obliquo è un segmento che dà spinta, che inizia un ritmo. Lo spazio si allarga e si restringe, in un moto di contrazione-espansione che porta energia. Vita.

Siamo nell’immediato secondo dopoguerra e non ci sono più strutture regolari, logiche spaziali, funzionali. Adesso è lo spirito che si muove e ogni parte chiama a un’interpretazione personale, a una presa di coscienza sulla vita e sulle relazioni umane. Una Chiesa che ti chiede di partecipare, non di contemplare, che invita a stringersi tutti insieme per ritrovare il senso del vivere comunitario, che ti sussurra che esiste una felicità ma che questa va cercata nella verità del vivere e delle azioni.

Tutto ciò che prima era chiaro e necessario, ora non lo sembra più. Il tetto non è più piano ma una tela che si appoggia delicatamente su mura diverse. C’è qui un senso di temporaneità come nella chiesa nell’autostrada di Firenze di Michelucci: una tenda che simboleggia il cammino errante del popolo, una sorta di tetto provvisorio da smontare immediatamente, appena la notte passa.

Sembra quasi che questo spazio che trascende si innalzi, come a lievitare, supportato dai “pilotis”. Sotto non ci passano né auto, né viabilità varia, ma una folla silente, che non vuole privarsi di questa leggerezza, di questa magia. E’ come se prendessero Notre-Dame du Haut per mano, con la felicità dei cuori semplici, commossi e non la lasciassero fuggire.

La leggerezza di questa chiesa porta al volo, a librarsi liberi nel cielo come i violini di Chagall.