E’ un giovedì dopo Natale in un inverno precoce al Serrone, vicino Roma, con un sole luminoso e una brezza che soffia le foglie dagli alberi di quercia e li diffonde in piccoli vortici sulla strada.

Il nostro amico Giancarlo mi ha attirato dalla quiete della mia stanza per cercare qualcosa che dice mi riempirà di entusiasmo: il Presepe di Serrone.

Serrone si trova su un lato del monte Scalambra, a circa un terzo, e il suo centro storico sembra essere costruito dentro la collina, rimodellando il terreno, con gli edifici che si arrampicano gli uni sulla schiena degli altri senza nessun apparente motivo per non scivolare giù nella valle.

Perché questo punto particolare sulle falde dei monti Ernici sia stato scelto dagli abitanti del villaggio medievale non è ovvio. Potrebbe essere stato un modo per evitare le orde barbariche, ma potrebbe anche essere stato il magnifico panorama sui monti Lepini e su tutta la valle del Sacco o forse il calore del sole nel pomeriggio. Dal nostro punto di osservazione abbiamo una visione quasi perfetta delle valli attraverso i quali ‘visitatori’ sarebbero arrivati. Serrone deve il suo nome ai ‘Serroni’, ossia i ripidi pendii dei monti Ernici.

Chiedendomi quale sia la particolarità del presepe di Serrone, mi tornano in mente tutte le varietà di Presepe che ho trovato in Italia. Dalla magnifica strada dei presepi nella vecchia Napoli a quello vivente di Città delle Pieve.

Così, dopo aver parcheggiato alla fine della strada, siamo entrati nel centro storico attraverso un’ampia scalinata con un finto ingresso sorvegliato da due centurioni romani o, meglio, manichini a grandezza naturale dei centurioni.

Sotto la porta, su una targa di legno si legge ‘Betlemme’ e subito dopo l’ingresso alla nostra destra un post con la scritta ‘Censimento’ ci ricorda che la nascita di Gesù a Betlemme è dovuta al fatto che Maria doveva tornare a casa a Betlemme per il censimento romano.

Saliamo le scale che costeggiano lentamente il fianco della montagna e troviamo altri personaggi impegnati nei loro lavori quotidiani: uomini e donne, tutti fedelmente in costume locale, con molte delle donne che indossano i tradizionali in gioielli corallo da Torre del Greco. Gli uomini svolgono compiti come fabbro, ciabattino, cacciatore, boscaiolo, costruttore, scalpellino.

Le donne sono immerse in altre attività, come la riparazione dei piatti rotti in ceramica, il cucito, i doveri della cucina, la raccolta di frutta e olive. Altre lavano i panni e, naturalmente, si prendono cura dei bambini.

Continuando la passeggiata incontriamo tutti gli aspetti della raccolta e la vendita del cibo: un braciere di castagne, ortaggi, noci e semi, verdure, frutta. Infine la preparazione del cibo: polenta, formaggio, pane. In una Osteria ci sono uomini che giocano a briscola (un gioco di carte che conoscevano a Betlemme?

Sto perdendo il conto del numero delle scena e delle quinte quando Giancarlo ci presenta la sorella Elisa e il cognato Tonino Serafini, che è presidente dell’associazione locale che crea il magnifico presepe di Serrone da 19 anni. Ci sono oltre 100 manichini in circa 40 scene sparse lungo il presepe.

Ogni volta che troviamo un’apertura tra gli edifici ci fermiamo ad ammirare la magia del Serrone, sembra di essere su un palco reale al teatro dell’opera della natura: la migliore vista di una grande produzione artistica.

Infine, al termine del giro in una piccola piazza a metà strada dalla rocca dei Colonna, sono arrivato al vero presepe e ad una sorpresa che racconterò in un altro capitolo del racconto su questo borgo.

Sì, il presepe di Serrone è unico, è grande, e racconta non solo la storia della Natività ma è un ricordo fedele del modo di vivere in questa parte d’Italia nei secoli passati.

Le scene del presepe resteranno al loro posto fino alla Befana, quindi c’è ancora tempo per chi apprezza la maestria artigianale di guidare arrampicandosi sul lato del monte Scalambra e di passare qualche ora passeggiando e su e giù nella Serrone storica, facendosi catturare dagli scorci e godendo del presepe di Betlemme ‘Serroniano’.