Il rugby è uno sport con un’etica unica che contraddistingue giocatori e tifosi. Uno spirito che va oltre lo sport e sconfina nella vita. L’incontro fra due direttori di Musei del Rugby mi ha stranamente ricordato gli insegnamenti di Confucio. Ma andiamo per ordine.

L’occasione della partita tra gli All Blacks e l’Italia ha portato a Roma la squadra Neozelandese e Stephen Berg, il direttore del New Zealand Rugby Museum. Stephen è venuto a visitare il museo italiano e ad incontrare il suo presidente Corrado Mattoccia. In suo onore è stato organizzato un III Tempo speciale, la cena con la quale si finanzia il museo, alla quale hanno partecipato oltre 300 persone.

Italia e Nuova Zelanda sono due paesi molto lontani che hanno in comune le bellezze della natura, i terremoti e due importanti musei del Rugby. Certo quello degli All Blacks può vantare delle storie più antiche e un prestigio unico al mondo che lo rende speciale ma quello italiano è sorprendentemente cresciuto negli ultimi anni.

Inutile raccontare chi sono gli All Blacks, quanti campionati mondiali hanno vinto (3) e cosa è la Haka (la performance dei giocatori all’inizio degli incontri), ma è interessante sapere altre storie. Ad esempio che dopo le partite a turno tutti i giocatori puliscono gli spogliatoi e lasciano tutto pulito, che il rispetto della famiglia è così importante che le maglie vengono date alla moglie o alla mamma e che non esistono nemici ma solo rivali.

Stephen è arrivato al museo con il padre Peter che, oltre a divertirsi alle partite degli All Blacks, era stato invitato ad un pranzo con la Regina Elisabetta II per i meriti acquisiti con il suo consorzio di ‘custodi delle foreste della Nuova Zelanda’. I ‘Kiwi’, il nomignolo con cui sono conosciuti nel mondo inglese, fanno parte del Commonwealth e condividono i reali inglesi con altri paesi.

Il padre osservava il figlio da lontano e si poteva percepire un legame fortissimo fra di loro. Questa forte connessione con la famiglia che poi si estende alla famiglia allargata dei compagni di squadra, quando si gioca, eppoi ai tifosi della propria squadra e infine a tutti gli appassionati del rugby mi ha ricordato Confucio.

Secondo il maestro cinese, vissuto nel IV secolo AC, ognuno di noi dovrebbe spendere la sua vita cercando di migliorare se stesso e per farlo deve impegnarsi nello studio e rispettare i valori fondamentali della famiglia e delle relazioni della comunità. I rapporti fra le persone hanno un qualcosa di innatamente sacro che nessun uomo deve ‘sporcare’.

Questa è anche l’etica del rugby e questo è proprio quello su cui dibattevano i due direttori: quanto rispetto bisogna avere del passato e dei giocatori che hanno dimostrato destrezza e umanità. Secondo Stephen il loro compito è estremamente importante per supportare la crescita dei ragazzi

Il museo del Rugby preservando la memoria delle persone grandi aiuta i bambini e i ragazzi ad avere esempi positivi da emulare. Li aiuta a non disperdere le loro energie ma a concentrarsi su sfide positive per la loro formazione e per la comunità in cui vivono. Un museo del Rugby raccoglie i frutti nel medio periodo e il suo scopo va oltre il momento della visita.

In Nuova Zelanda una sezione del museo è interattiva e viene data ai ragazzi la possibilità di toccare alcuni cimeli e di essere sfidati con qualche gioco:

Per permettere ai ragazzi di toccare alcune maglie storiche abbiamo fatto delle repliche perfette. Abbiamo preso un telaio d’epoca e preparato il tessuto a mano. Poi abbiamo fatto cucire la maglie e ricamare il logo a mano. Ad essere pignoli, l’unica differenza fra l’originale e la copia è che il filo del ricamo oggi è seta cinese e un tempo era di cotone… E’ stato un grande lavoro ma lo stupore dei ragazzi ci ricompensa ampiamente.

In Italia la sperimentazione ha riguardato l’arte e il museo del rugby ha avviato un progetto di ‘Arte e Rugby’ con l’associazione Energitismo facendo dipingere da un artista alcune palle da rugby in ceramica, una delle quali è stata donata proprio al museo neozelandese.

I due direttori sembravano grandi amici, la loro passione e la serietà con cui si divertivano li ha portati a scambiarsi consigli su come migliorare il loro ruolo nella diffusione di questo sport. Concordavano su tutto e anche sul fatto che sotto i 5 anni i bambini hanno una bassa concentrazione e ‘vogliono solo giocare’.

Alla fine siamo arrivati al Terzo Tempo con la cena preparata dal gruppo dei volontari del museo, ai quali va tutta la mia personale stima, e abbiamo fatto tutti insieme gli auguri via ‘Snapchat’ alla sorella di Stephen che compiva gli anni.

Mi resta il dubbio di cosa avrebbe potuto pensare Confucio del Terzo Tempo. Secondo me gli sarebbe piaciuto!

Riguardo l'Intervistato:Stephen Berg

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Direttore del New Zealand Rugby Museum