Ieri notte mi arriva questa strana fotografia via FB: quattro signori su un campo da tennis con una coppa e un foglio con scritto “W la Furlan”. Aurelia Furlan era mia nonna ed era la maestra di Luigi Malluzzo, il vincitore del torneo svoltosi in Calabria.

Ma come siamo arrivati a questo? Mia nonna diceva “chi semina vento raccoglie tempesta” ed evidentemente lei ha seminato amore fra i bambini che cresceva a scuola.

Dopo 50 anni alcuni di questi “bambini-attempati” fanno una rimpatriata arrivando da ogni parte d’Italia per ricordare la loro maestra delle elementari e scoprono che gli anni non hanno intaccato i loro ricordi e la passione per la loro maestra. Decidono di fare un gruppo e di continuare a vedersi più spesso.

Uno di loro, Bruno Sopino, decide di scrivere un libro sulla storia del suo paese e mi contatta per avere dei dettagli sulla vita di mia nonna. Ne resto sorpresa, ma la vita è una piacevole sorpresa quando è il cuore a guidare la partita.

Mia nonna veniva dal Friuli. Precisamente da Sacile splendidamente adagiato sul Livenza e allora importante centro strategico di confine a cavallo delle due guerre. C’erano teatri, una vita frenetica e si respirava l’aria della Belle Epoque. Mia nonna era alta e felice di essere emancipata: lavorava, si guadagnava da vivere ed era indipendente: prima come segretaria di una associazione di ingegneri eppoi come maestra.

Mio nonno si innamora di lei e la vuole con se al centro Italia dove si era trasferito dal Veneto per opportunità di lavoro. Lei aveva superato i 30 anni e la mamma iniziava a preoccuparsi che non si sarebbe maritata, anche se era bellissima e aveva una schiera di corteggiatori (molti dei quali si erano arresi alla voglia di indipendenza di mia nonna ma non Giuseppe Furlan).

Il giorno che Aurelia prese il treno per venire nel Lazio disse a sua madre: “se non lo trovo alla stazione ad aspettarmi torno su e non mi sposo!”. Ma mio nonno era alla stazione e tutti e due iniziarono una vita insieme a Colleferro.

Per ottenere il trasferimento come maestra delle elementari da Sacile a Colleferro mia nonna accettò di essere istruttrice di ginnastica durante il sabato fascista. Tutti i bambini e i ragazzi dovevano andare allo stadio a fare ginnastica sotto la guida di una maestra. Mi dicono che lo stadio era gremito e che molti uomini accompagnavano i figli per vedere le gambe di mia nonna che insegnava ginnastica in pantaloncini.

Ci sono molte cose che potrei raccontare ma forse quella che più mi lega a lei è la parlata veneta-friulana. Non la aveva mai persa e a casa si parlava rigorosamente in dialetto e vi erano sempre “piccoli scontri dialettici” fra friulano e veneto. Fuori del cancello l’italiano, dentro le mura il veneto. Il venerdì la polenta gialla con il baccalà e la domenica “poenta bianca e osei”.

Eppoi mi ritornano in mente le lagrime quando andavamo al nord a trovare il resto della famiglia. Lagrime che iniziavano a sgorgare appena superato il Po, quando ci fermavamo a Rovigo per mangiare quello che per loro era il “vero pane” mentre per me era un pane inconsistente. E i miei cugini mi chiamavano “pagnotta” perché domandavo loro se conoscevano il pane che avevamo a Roma e che mi pareva decisamente più gustoso.

Trovare questo gruppo di amici che espone con orgoglio “W la Furlan” mi ha commosso e li ringrazio di avermi cercata. E devo dire che mia nonna aveva ragione a non seminare tempesta.

Quando si semina amore prima o poi si raccoglie gioia.