Quando per qualche motivo mi ritrovo a salire a Rocca Priora, mi è irrinunciabile affacciarmi da quella terrazza naturale, che dal punto più alto dei Castelli Romani, domina tutto l’orizzonte.

Il panorama spazia da tutti i lati: da nord a sud, da est a ovest, il limite celeste non si interrompe continuando senza fine il suo severo disegno.

Dietro il Palazzo dei Savelli si apre un piazzale panoramico che costituisce la più invidiabile attrattiva del paese. Da questo terrazzo si domina la Valle del Sacco e lo sguardo indugia volentieri con un senso di sorpresa e di smarrimento. Arrivare a questa terrazza naturale passando per gli angusti vicoli medievali del borgo, mi da la sensazione di entrare in un osservatorio stupendo in cui lo sguardo abbraccia tutto intorno, bellezze di una suggestione indimenticabile.

La vallata senza fine è disseminata di centri abitati, ricchi di storia, adagiati nella pianura o addossati sui pendii. Appare da lontano Anagni con l’imponente edificio del Collegio Leoniano e ancora più in là Fumone, sul cucuzzolo di una montagna, in cui fu segregato papa Celestino V per mano del suo successore Bonifacio VIII.

Mostrano i loro austeri castelli Paliano e Valmontone, mentre Colleferro si riconosce dai suoi fumaioli. Piglio si affaccia timidamente nella sfumatura della lontananza. Distintamente si delineano Palestrina, Labico, Zagarolo, San Cesareo, Gallicano, Cori, Rocca Massima, la foschia sovrastante il bacino del lago di Bracciano e più giù ancora la cima del Monte Soratte.

E poi Roma, la Città Eterna, con gli infiniti monumenti che si elevano dai suoi colli, le numerose strade della pianura brulicanti di vita. Chiude l’orizzonte ad occidente la luminosa striscia del mar Tirreno, in cui alla sera occhieggiano i fari di Ostia e di Fiumicino. E a oriente, dietro questo grandioso spettacolo, si erge la catena appenninica dei monti Lepini, Ernici, Prenestini, Tiburtini, Sabini ed Etruschi e sullo sfondo i dorsi innevati della Maiella e del Gran Sasso.

Sotto gli occhi, a breve distanza, si elevano dai loro poggi Monte Compatri, dominato dal Convento di San Sebastiano, e Colonna con il serbatoio idrico, mentre in direzione sud occidentale si stagliano i lineamenti di Castel Gandolfo con il palazzo pontificio.

Sembra di sognare quando al tramonto il sole accende con i suoi ultimi raggi fantastiche cortine di nubi e più tardi quando dai monti al mare, la pianura si dissemina di luci come una selva incantata, punteggiando le strade dell’immensa città, le vie consolari, le borgate e paesi, villaggi e cascine a migliaia.

Nel fondo della notte il cielo non ha più confini. Il reticolato stellare della volta celeste si confonde con quello terreno delle luci dei borghi e delle abitazioni isolate.

Al curioso che si affaccia su quel balcone, lo sguardo spazia oltre alle distanze anche nel tempo. Non sarà difficile intravedere nel mezzo della pianura, il via vai degli eserciti che dal Regno di Napoli marciano verso la Città dei Papi. Oppure riconoscere le tende degli accampamenti militari sparsi qua e là nella campagna romana, vigilare costantemente per gli attacchi dei briganti che a cavallo svaniscono nei boschi. Oppure, in dissolvenza, scorgere il corteo variopinto di papa Paolo V che seguendo il rettilineo della via consolare, si appresta a salire sulla rocca col suo codazzo di dignitari.

Realtà e fantasia non sono più scindibili. Tutto ciò che è terreno, passeggero, provvisorio e precario si sostituisce ad un senso di eternità. La descrizione più appropriata di questo stato d’animo la ritrovo nelle parole del Dandini e del de Juliis:

“L’enumerazione dei particolari del quadro, non può essere che incompleta ed insufficiente, perché essa non dice l’inesprimibile. Non sa dire quali dall’ampia corona dell’orizzonte sono le luci che la ravvivano con combinazioni di toni spesso così squisiti da sembrare portentose, ma che pure talvolta, quando oscure fumano le nubi sull’Appennino, la tramutano in spettacolo quasi fantastico di severità imponente e neppure quale e quanto fascino emani, come un effluvio, da questa terra di incanto, il cui verde si attenua tutto intorno nel glauco pallore degli ulivi e dei pampini rigogliosi e dei grani che ondeggiano al vento di ponente”.

 

Di Francesco Corvesi, Studioso e libero ricercatore di storia medievale e moderna