Alla apertura di una mostra sul Castello di Piombinara di Colleferro mi sono trovata a riflettere su come ringraziare Angelo Luttazzi del lavoro che ha svolto in questi anni e ho deciso di farlo pubblicamente con un articolo. Non è un plauso solo al suo lavoro, ma al suo ruolo nella crescita di una comunità.

Molti di noi da ragazzi avevano sogni di assoluta gloria, di lasciare il paese di provenienza e di attraccare su altri lidi per fare fortuna, di arrivare sulla luna, di vincere il premio Nobel. Angelo ha sempre avuto l’idea di realizzare un museo archeologico nel suo paese e di trovare e conservare la memoria storica di tutta una comunità. E ci è riuscito.

E ora che la comunità ha perso la sua precedente identità e si interroga sul futuro, il ruolo di Angelo diventa importantissimo perché tutti sanno che da lui si può ripartire. Non per chiedergli soluzioni o per guidare i cittadini verso un futuro di gloria, ma per avere punti fermi a cui ancorarsi. Angelo è quello che in sociologia si definisce un “valore”, qualcosa che non va messo in discussione e che è un elemento vitale della vita di un gruppo. Se un gruppo esiste è anche perché c’è anche qualcuno che si occupa della memoria storica, che ricorda chi eravamo e i risultati di cui essere orgogliosi.

Colleferro è sempre stato un paese industriale. Nato 80 anni fa intorno alle fabbriche, la storia della sua comunità non è districabile da quella delle fabbriche. Fabbriche belliche, chimiche, tessili, aerospaziali, cementifici e tutto il corollario di piccole imprese altamente specializzate e sofisticate, nate dai tanti tecnici delle fabbriche che si sono messi in proprio.

La storia di Colleferro segue esattamente quella italiana. Un paese dall’urbanistica avanzata cresciuto in fretta attorno ad una industria bellica, altamente tecnologica, e molto utile in tempi di guerra. Un paese modello nato per volontà di imprenditori che realizzano un ciclo completo: fabbrica, asili, scuole elementari e medie, scuole professionali per gli operai, comune, caserma e chiesa, pompieri per la fabbrica, villaggi per lavoratori, dirigenti e direttori ed infine un centro sportivo e un ospedale all’avanguardia. Tutto sotto la supervisione di un grande ingegnere come Riccardo Morandi.

Un polo industriale e tecnologico all’avanguardia. Grandi fisici e matematici internazionali soggiornano a Colleferro, ma anche Gheddafi, Saddam Hussein e tanti altri.

Poi il paese ha cavalcato il boom economico con il cementificio e l’edilizia. Iniziano gli eccessi, la chimica degli insetticidi e infine lo spazio con la partecipazione all’Arianne. Insomma tutti più o meno ignari di quello che facevano ma contenti di fornire bombe a Iraq e Iran, di cementificare il più possibile e di usare plastica e viscosa a più non posso.

Poi l’amaro risveglio: l’inquinamento. Parte del boom era basato su inquinamento di falde, di terreni e di aria. Le grandi imprese non investono più ma preferiscono speculare e abbandonano un’area che inizia a “scottare”, in cui l’inquinamento non può più essere nascosto e il cui nuovo skyline è delineato da una enorme discarica e due imponenti termocombustori in bella vista sopra una collina all’ingresso del paese.

La deindustrializzazione è evidente e il processo è uguale al resto d’Italia: vendita a multinazionali straniere, appropriazione di brevetti e know-how e abbandono del sito. Chi era un ingegnere importante e riverito negli anni ’50 oggi non sa più chi è. Chi pensava di essere parte di una gloriosa impresa si ritrova ad essere complice di inquinatori e di non aver saputo salvaguardare l’ambiente per i proprio figli. Nel frattempo giovani hanno il mito di calciatori e veline e mettono in secondo piano persone che, con la loro etica e il loro lavoro, hanno mantenuto il sapere per metterlo a disposizione di tutti al momento opportuno.

E’ ora di invertire la rotta. Oggi Colleferro è un paese in transizione verso qualcosa che non ha ancora individuato, un cambiamento inevitabile ma che si delinea in modo positivo. Giovani che ritornano ai valori e ad apprezzare le piccole cose. La chiamano la “generazione Youtube” perché sta tornando ad imparare gli “antichi e  futuri” mestieri dal web saltando la formazione codificata tradizionale. La scuola tradizionale non riesce a seguire i cambiamenti in corso. E imparano di tutto ed in fretta!

E torniamo alla presentazione del libro e della mostra su Piombinara e alla sala gremita da un pubblico interessato che faceva domande. Alla domanda sul perché finanziare una ricerca archeologica, lo storico Luca Calenne fa questo esempio:

“se mando all’asta un quadro anonimo del 500 il suo valore è di circa 30.000 Euro, ma se mando all’asta lo stesso quadro con un nome e una storia, di chi lo ha dipinto o di dove e come è stato ritrovato, lo stesso quadro vale 300.000 Euro”.

E’ un problema di identità. Il tuo valore aumenta se sai chi sei. Una lezione che arriva da lontano, da Socrate che ci esortava a conoscere noi stessi a Gesù che predicava di “amare gli altri come amiamo noi stessi”. E’ un problema che dobbiamo affrontare tutti nei periodi di cambiamento, quando sapevi chi eri eppoi lo hai perso.

Spesso, infatti, ci identifichiamo con il lavoro: sono un ingegnere, un avvocato, un imbianchino, un pompiere (quasi un acronimo di noi stessi). Perso il lavoro si perde anche l’identità artificiale, quella convenzionale che usiamo per comunicare con gli altri. Eppure non cambiamo e siamo ancora ingegneri, avvocati, imbianchini e pompieri. Solo che non guadagniamo regolarmente da questi acronimi.

La metafora del valore dell’archeologia mi ha rincuorato per il lavoro che abbiamo iniziato circa quattro anni fa ma che ancora non sappiamo definire con un acronimo. Giriamo l’Italia in cerca di artigiani, famosi e meno famosi, di persone che tornano a produrre con sapienza oggetti e manufatti e che hanno bisogno di essere conosciuti e di avere una identità e un valore riconosciuto anche dalla comunità in cui vivono.

Grazie Angelo per ricordarci il nostro valore e la nostra storia. Per ricordarci che con la tenacia si raggiungono i propri sogni e per l’etica che deve sempre essere parte dei nostri sogni. Grazie per aver messo la cultura alla base dei tuoi sogni.

Personalmente aggiungo la bellezza. Cultura e bellezza penso siano i punti dai quali ripartire. E’ armonia. La strada è lunga, ma costruire è più emozionante che distruggere. Far parte della squadra che “ricostruisce” da una felicità interiore senza prezzo. E questo lo dico seguendo il mio acronimo di “ingegnere” che si ricorda della gioia di progettare qualcosa di bello e di entrare in un cantiere per partecipare alla sua realizzazione.